33: Prometeo

Titolo dell'opera: Prometeo crea l’uomo

Autore: Domenico Beccafumi

Datazione: 1528-30

Collocazione: Siena, Palazzo Bindi Sergardi

Committenza: Marcello Agostini

Tipologia: dipinto murale

Tecnica: affresco

Soggetto principale: Prometeo crea il primo uomo

Soggetto secondario: 

Personaggi: Prometeo, Mercurio

Attributi: uomo, barba (Prometeo); petaso, caduceo, calzari alati (Mercurio)

Contesto:  

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini:

Bibliografia: Sanminiatelli D., Domenico Beccafumi, Bramante Editrice, Milano 1967, p. 93, n. 31; Baccheschi E., a cura di, L’opera completa di Beccafumi, Rizzoli, Milano 1977, pp. 93-94; Guerrini R., Valerio Massimo e gli affreschi di Domenico Beccafumi nel Palazzo Bindi Sergardi in Siena, in “Athenaeum”, 56, 1978, pp. 262-287; Guerrini R., Dal testo all’immagine. La pittura di storia nel Rinascimento, in Settis S., a cura di, Memoria dell’antico nell’arte italiana, Einaudi, Torino 1985, vol II, pp. 43-93; Reid Davidson J., The Oxford Guide to classical mythology in the arts, 1300-1900’s, Oxford university Press, New York-Oxford 1993, vol. 2, p. 927; Torriti P., Beccafumi. L’opera completa, Electa, Milano 1998, pp. 97-108; Dubus P., Domenico Beccafumi, Adam Biro, Paris 1999; De Romanis A., Siena – Palazzo Bindi Sergardi, in Cieri Via C., L’arte delle metamorfosi. Decorazioni mitologiche nel Cinquecento, Lithos, Roma 2003, pp. 337-339

Annotazioni redazionali: ADomenico Beccafumi si devono gli affreschi che decorano la volta di una sala del primo piano di Palazzo Bindi Sergardi, divenuto poi Casini Cammuccini, per la committenza di Marcello Agostini, proprietario all’epoca del palazzo. La datazione del ciclo è estremamente controversa e non vi è unanimità nella critica; una probabile collocazione cronologica intorno al 1528-30 deriva dalla fonte vasariana in cui si legge che proprio grazie alla fortuna di questo ciclo, Beccafumi ottenne nel 1529 la committenza per gli affreschi della Sala del Concistoro, ma è stata ipotizzata un’anticipazione al 1524-25 (per la questione della cronologia, si veda Baccheschi, 1977). Torriti (1998) invece, cogliendone le profonde affinità con l’impianto compositivo della loggia di Psiche e della loggia di Galatea che Beccafumi aveva potuto vedere in occasione del suo soggiorno a Roma, propone una datazione al 1520. Al centro della volta si trovano due scene rappresentate illusionisticamente come arazzi tesi: Zeusi che dipinge il ritratto di Elena per il tempio di Hera a Crotone e la Continenza di Scipione; intorno la decorazione è spartita geometricamente in sei ottagoni raffiguranti episodi di storia romana tratti dai Factorum et dictorum memorabilium libri di Valerio Massimo, circondati ciascuno da putti e sostenuti da una figura femminile con un cartiglio contenente un’iscrizione latina, generalmente considerata esplicativa dell’episodio e che è da porre in relazione  con il carattere emblematico delle storie rappresentate, veri e propri exempla di virtù civiche e morali, di cui è sottolineato quindi il valore simbolico; le citazioni infatti non ripropongono fedelmente il testo Valerio Massimo (De Romanis, 2003). Completano la decorazione dieci tondi, accoppiati negli angoli, con soggetti mitologici derivanti dalle Metamorfosi di Ovidio, principalmente relativi alla condizione originaria dell’uomo, affiancati da due figure femminili semisdraiate di ascendenza classica. Il significato complessivo del ciclo è stato molto dibattuto, soprattutto a causa di un difficile riconoscimento dei diversi episodi sin dal tempo del Vasari; Guerrini, che si è ripetutamente occupato degli affreschi, ritiene che il centro concettuale sia da individuare nella fonte classica di Valerio Massimo come modello di virtù in una visione drammatica della possibilità di conciliazione tra i valori familiari e quelli relativi allo Stato; per quanto riguarda i soggetti mitologici dei tondi, anch’essi con qualche problema di identificazione, non è certo se siano una sorta di ciclo complementare oppure se siano da leggere in relazione alla storia contenuta nell’ottagono corrispondente (Guerrini, 1985).  La compresenza di episodi storici e mitologici è però tipica della tradizione senese e proprio a Siena il testo di Valerio Massimo, con la sua celebrazione delle virtù civiche, ha goduto di grandissima fortuna tanto da informare diversi cicli di affreschi (Guerrini, 1985). Il mito di Prometeo è raffigurato all’interno di un tondo e rappresenta il Titano come un anziano barbuto, panneggiato all’antica, chino su di un uomo imberbe e nudo, appoggiato su di un muretto in mattoni; affiancate al tondo, Sanminiatelli ha riconosciuto, pur nell’incertezza, Sofonisba e Didone (Sanminiatelli, 1967). L’iconografia della scena non deriva dalla tradizione classica in cui Prometeo è colto nell’atto di scolpire una statua umana poi animata da Minerva, ma si inserisce all’interno del processo di cristianizzazione del mito che ha inizio in epoca medioevale. In diverse miniature infatti l’animazione dell’uomo per mezzo del fuoco operata da Prometeo è inserita nel più ampio contesto della creazione biblica di cui viene presentata come una prefigurazione pagana (Cfr. scheda opera 19, scheda opera 20). Qui Beccafumi sceglie un’iconografia tipicamente cristiana e se non fosse presente sullo sfondo Mercurio con i tradizionali attributi la scena potrebbe rappresentare la creazione di Adamo. Per altro la presenza del solo Mercurio è inconsueta nelle rappresentazioni di questo momento del mito; nell’arte classica infatti il dio è accompagnato da Psiche in riferimento al destino della creatura appena plasmata (Cfr. scheda opera 13, scheda opera 14 e scheda opera 15), mentre la plasmazione vera e propria avviene con il patrocinio della dea Minerva. Secondo una variante del mito introdotta da Luciano di Samosata nel Prometheus sive Caucasus  (Promfc31) e tramandata, tra gli altri, da Boccaccio (Promfm14), a Mercurio è affidato l’incarico di punire Prometeo per aver sfidato Giove creando l’uomo e rubando il fuoco per animarlo e quindi la sua presenza potrebbe alludere al crudele supplizio al quale il Titano verrà sottoposto. Allo stesso tempo però non bisogna dimenticare il ruolo di Mercurio come divinità della ragione, aspetto che già Platone, nel Protagora (Promfc09), aveva connesso con il racconto prometeico; il messaggero degli dèi infatti viene inviato da Giove per donare agli uomini l’arte politica e militare, non raggiungibili dal Titano che aveva potuto sottrarre solamente il fuoco tecnico dalla fucina di Vulcano e Minerva. In seguito i primi due Mitografi Vaticani (Promfm05; Promfm06) leggono nella tortura di Prometeo un’allegoria dello sforzo speculativo del saggio che cerca di apprendere il moto degli astri: è questo il motivo per cui è proprio Mercurio ad incatenarlo in una emergenza della centralità della ragione e della conoscenza nel complesso panorama di significati del mito prometeico.

Silvia Trisciuzzi