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GIOVANNI ANDREA DELL’ANGUILLARA, Le Metamorfosi di Ovidio ridotte da Giovanni Andrea dell’Anguillara in ottava rima, Venezia 1563, Libro I

Testo tratto da: www.bibliotecaitaliana.it

 

Ne i gelati d'Arcadia ombrosi monti

Fra l'Amadriadi Nonacrine piacque

Una, che Naiade era, che in quei fonti,

Che surgon quivi, fe sua vita e nacque.

Satiri e Fauni, e Dei più vaghi, e conti,

Sempre scherniti havea; tanto le spiacque

Il commercio d'Amor, quasi empio, e stolto,

Per havere à Diana il suo cor volto.

 

Siringa nome havea la Ninfa bella,

Che studiò d' imitar l'Ortigia Dea

Con la virginità, con la gonnella,

Con ogni cosa, ch'essa usar solea.

Non si riconoscea questa da quella,

Ch' in ambe ugual beltà si discernea.

Nel l'arco sol disconvenner tra loro,

Questa l'usò di corno, e quella d'oro.

 

Mentre ella un dì dal bel Liceo ritorna

Casta nel cor, nel volto allegra, e vana,

La vede un Dio, c'ha due caprigne corna,

Co i piè di capra, e con sembianza humana:

Com'ei la vede sì vaga, e sì adorna,

Ne sa, che 'l cor sacrato habbia à Diana,

Le dice, ò Ninfa, à i dolci voti attendi,

E quel Dio, che ti vuol, marito prendi.

 

Havea molto che dir Mercurio intorno

A quel, che à Pane in questo amore occorse,

Il qual di Pino, e di corona adorno,

In van pregolla, in van dietro le corse,

E come corso havrian tutto quel giorno,

Se non, che un fiume à lor venne ad opporse,

Che 'l Ladon fiume il correre impedio

A la gelata Ninfa, al caldo Dio.

 

Là dove giunta pregò le sorelle,

Che volesser salvarla in alcun modo,

E s'appreser le piante tenerelle

Al terren paduloso, e poco sodo,

Che tutte l'ossa sue si fer cannelle,

Ch'ogni giuntura sua si fece un nodo,

Che gran foglie si fer le vesti tosto,

E tutto 'l corpo suo tenner nascosto.

 

E che correndo Pane in abbandono

Pensò tenerla, e sfogar la sua voglia,

E che prese una canna, donde un tuono

Flebile uscia, come d'huom, che si doglia,

Che mentre ella spirò, rendè quel suono

Il vento mosso in quella cava spoglia,

E come Pan da tal dolceza preso;

Disse; In van non havrò tal suono inteso.

 

E di non pari calami compose

Con cera aggiunti il flebile istrumento.

A cui poscia Siringa nome pose

Dal nome suo, da quel dolce lamento.

Dovea dir queste con molte altre cose

Mercurio intorno à questo scambiamento,

Ma perche gia tutte le luci chiuse

In Argo scorse, il suo parlar conchiuse.

 

Da la sampogna il suono, e la favella

Da la sua lingua subito disgiunge.

Con maggior sonno poi gli occhi suggella,

Che con la verga sua toccando aggiunge.

Sfodra la spada sua lucida, e bella,

E dove il capo al collo si congiunge,

Fere, e tronca la spada empia, e superba,

E macchia del suo sangue i fiori, e l'herba.