14: Mercurio e Argo

Titolo dell’opera: Mercurio addormenta Argo

Autore:

Datazione: 1480 ca.

Collocazione: Manoscritto della biblioteca reale di Copenaghen, Coll. Thottske 399

Committenza:

Tipologia: miniatura

Tecnica: tempera

Soggetto principale:  Mercurio addormenta Argo

Soggetto secondario: 

Personaggi: Mercurio; Argo

Attributi: caduceo, flauto, sciabola, gallo (Mercurio); testa cosparsa d’occhi (Argo)

Contesto: paesaggio collinare

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini:

Bibliografia:  Panofsky E.- Saxl F.  Classical Mythology in Medieval Art, in "The Metropolitan Museum Studies", IV, 2, 1933, pp. 228-280

Annotazioni Redazionali: nel saggio del 1933 Panofsky e Saxl analizzano il problema della persistenza della forma classica, per i soggetti mitologici, durante il medioevo. Distinguendo tra tradizione rappresentativa e tradizione letteraria -rispettivamente il caso in cui all’artista medievale erano pervenute rappresentazioni antiche del soggetto, o soltanto una descrizione testuale- i due studiosi rintracciarono molti casi di persistenza dell’aspetto classico delle divinità mitologiche, evidenziando soprattutto il ruolo svolto dalla tradizione astrologica e orientale. La miniatura in questione è utilizzata nel saggio sopra citatato come esempio per la fase di moralizzazione, strettamente correlata con la fede cristiana, della mitologia antica nei paesi nordici durante il medioevo (Cfr. scheda opera 09). I testi fondamentali di questo processo sono l’Ovide moralisè (Argfm09), l’opera di Berchorius (Argfm11), e infine, per l’aspetto figurativo, l’Albricus sive Libellus de imaginibus deorum. Quest’ultimo era una sorta di manuale mitologico che, partendo dalle due opere precedenti e semplificando le dettagliate interpretazioni morali fino ad eliminarle, divenne una fonte illustrativa ad uso scolastico per l’aspetto delle divinità. Il saggio di Panofsky e Saxl evidenzia come, ad esempio, permanga per Mercurio l’attributo classico del caduceo, ma nonostante ciò esso appaia come un “giovane cortese ed elegante” e Argo come “il ferito della parabola del buon Samaritano”. Queste tipologie di immagini, nonostante fossero lontane dai prototipi classici, funzionarono come degli schemi da seguire per tutte le rappresentazioni successive (Cfr. scheda opera 11). Per il significato allegorico della scena si veda la scheda opera 09.

Francesca Pagliaro