12: Mercurio e Argo

Titolo dell’opera: Mercurio

Autore: incerto

Datazione: 1465 ca.

Collocazione: Londra, British Museum

Committenza:

Tipologia: incisione

Tecnica: bulino

Soggetto principale: 

Soggetto secondario: 

Personaggi: Mercurio

Attributi: caduceo, flauto, elmo, gallo, calzari alati, testa di Argo (Mercurio)

Contesto: paesaggio collinare

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini: http://www.spamula.net/blog/i22/tarocchi42-thumb.jpg

Bibliografia: Panofsky E.- Saxl F., Classical Mythology in Medieval Art, in "The Metropolitan Museum Studies", IV, 2, 1933, pp. 228-280; Negri-Arnoldi F., Massari S., Arte e scienza dell’incisione: da Maso Finiguerra a Picasso, Carocci, Roma 2000, pp. 63-64; Seznec J., La sopravvivenza degli antichi dei, Boringhieri, Torino 2001, p.162; Cieri Via C., L’arte delle Metamorfosi, Lithos, Roma 2003, p. 67

Annotazioni Redazionali: La serie conosciuta sotto il nome di “Tarocchi del Mantenga” comprende cinquanta figure, divise in cinque gruppi: le condizioni umane; Apollo e le muse; le dieci scienze; i tre principi cosmici con i principi etici incarnati nelle virtù e, infine, i dieci cieli (i sette pianeti, le stelle fisse e la Prima Causa che risiede nell’empireo). Ognuno dei cinque gruppi è identificato con una lettera da A a E. Nonostante vengano comunemente collegati al Mantenga già nel nome, sono stati ritenuti ora del Baldini, ora del Parrasio, ma di sicuro si sa soltanto che sono stati realizzati a Mantova nel biennio 1459-60, probabilmente per intrattenere alcuni cardinali che si trovavano nella città per il Concilio (Seznec, 1944). Sebbene potessero sembrare “indegni” per degli uomini di chiesa, essi in realtà riproducevano esattamente l’ordine delle cose secondo i dettami teologici. Letti sia dal basso verso l’alto che al contrario, essi indicano che l’uomo può elevarsi dalle sue condizioni terrene fino a Dio e, viceversa, che Dio, apice del mondo, governa fino ai gradi più bassi operando indirettamente tramite intermediari. Ecco dunque che la realizzazione di questo gioco s’inserisce nel tentativo di introduzione “forzata” degli dei nell’universo cristiano, riducendoli a semplici tasselli dell’universo, assoggettati alla potenza di Dio. Riguardo a questa carta (num. XXXXII, gruppo E), Panofsky nota che si tratta di una commistione tra un’immagine antica di Mercurio –l’Hermes Sphenopogon- che Ciriaco d’Ancona aveva copiato da un rilievo arcaico, e la tipica caratterizzazione medievale della divinità. Quest’ultima rispondeva alle indicazioni dell’Albricus sive Libellus de imaginibus deorum (Cfr. scheda opera 14) e comprendeva proprio il gallo, il flauto, ma soprattutto la testa di Argo, come attributi di Mercurio. Grazie al rilievo del V sec. copiato da Ciriaco d’Ancona, dunque, l’aspetto del dio si adegua alla forma classica -con la clamide svolazzante e il caduceo in posizione orizzontale- ma gli attributi restano quelli dell’Albricus. Questo particolare modo di raffigurare Mercurio divenne molto popolare e diffuso, specie al nord, grazie a incisioni e xilografie. Lo ricordiamo anche ripreso dal Sansovino per la statua di Mercurio nella loggetta di piazza San Marco a Venezia. Evidente la connessione tra Mercurio con la testa mozza di Argo e l’iconografia tipica di Davide con la testa di Golia.

Francesca Pagliaro