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1571

VINCENZO CARTARI, Le Imagini de i Dei de gli Antichi

 

IV, Diana

(…) Leggesi ancora che in Egitto facevano Iside vestita di negro per mostrare ch’ella da sé è corpo fosco et oscuro: et era questa pur anco la Luna, come si conosceva dalla sua statoa fatta in forma di donna con due cornette di bue in testa, come scrive Erodoto, onde non potevano gli Egizi sacrificare le vacche, come che fossero tutte di questa deità, benché sacrificassero buoi e vitelli. O forse era anco perché le favole dicono che ella fu mutata già in questa bestia da Giove poscia che ebbe goduto di lei, acciocché Giunone non se ne avedesse, e che aveva allora nome Io, e così la chiamano i Greci e la disegnano parimente con le corna in capo, ma passata poi in Egitto fu chiamata quivi Iside, e teneva il suo simulacro certo cembalo nella destra mano e nella sinistra aveva un vaso. Onde, come dice Servio, cedettero alcuni ch’ella fosse il genio dell’Egitto, quasi che per lei si vedesse la natura di quel paese, mostrando il cembalo quel rumore che fa il Nilo quando cresce sì che affonda tutti i campi, et il vaso i laghi che quivi sono.

(Avvoltoio della Natura) Sono poi stati di quelli li quali hanno posto in capo al simulacro di iside una ghirlanda di abrotano e le hanno dato nella sinistra mano la medesima erba e nella destra una navicella, con la quale volevano forse mostrare che ella passò in Egitto, conciosiaché quivi fosse celebrata una festa, come scrive Lattanzio, dedicata alla nave di Iside, perché, se bene le favole finsero che ella mutata in vacca nuotando passasse il mare, nondimento la istoria ha scritto che lo passò navigando, e per questo gli Egizi la credettero essere sopra alle navigazioni e che potesse dare col nume suo felice corso a’ naviganti. Onde Luciano fa che Giove comanda a Mercurio che vadi a condurre Io per mare in Egitto e quivi la facci domandare poi Iside e la facci adorare come nume il quale abbi potere di spargere il Nilo, di fare soffiare i venti e di conservare li naviganti. Et Apuleio fa che Iside stessa così parla della sua festa: la mia religione comincerà dimane per durare poi eternamente et, essendo già mitigate le tempestà dell’inverno e fatto i mare di turbato e tempestoso quieto e navigabile, i miei sacerdoti mi sacrificheranno una picciola navicella a dimostrazione del mio passaggio.

Ovidio, quando la fa apparire a Teletusa, così la dipinge, mettendo con lei alcuni altri ancora de i dei dello Egitto:

A Teletusa a meza notte apparve

D’Inaco la figliuola, accompagnata

Da be’ misteri con non finte larve.

Di due corna la fronte avea segnata

La qual di bianche e mature spiche

Con vaghezza mirabile era ornata.

Anubi che con voci a’buoni amiche

Caninamente latra e ‘l scettro porta

Che gli posero in man le genti antiche,

Bubaste santa et Api e che conforta

Le persone al silenzio era con lei

Al bel tacer con man facendo scorta,

E quei che van con dolorosi omei

Cercando sempre Osiri che fu posto

Poi da la moglie fra gli eterni dei;

E le sono i serpenti e i sistri accosto.

Apuleio medesimamente finge di averla vista in sogno già quando egli era asino, e così la descrive che molto bene si può vedere ch’ella era la Luna, la quale quelli di Egitto con adombranti misteri adoravano[1].

 

Giunone

(Pavone dato a Giunone) Fu dato il pavone a questa dea come uccello suo proprio e consecrato a lei, onde Pausania, descrivendo le cose che erano nel tempio di Giunone in certa parte della Grecia, dice che vi fu un pavone fatto tutto d’oro e di lucidissime gemme, offerto e dedicato alla dea da Adriano imperadore, come uccello a lei consecrato; di che, oltre alla favola che si racconta di Argo, dicono essere la causa perché le ricchezze tirano così a loro gli animi nostri come il pavone per la bellezza sua tira a sé gli occhi de’ riguardanti. Et il Boccaccio ove racconta la progenie de i dei, fa una lunga diceria volendo mostrare che i ricchi e potenti quasi in ogni loro affare rassimiglino il pavone, come che parlino superbamente, siano arroganti e voglino sempre stare sopra a gli altri, piacendo loro di essere laudati benché falsamente, et altri simili cose; le quali, come a tempo del Boccaccio, cos’oggi potrebbe essere che si trovassero in molti[2].

 

Mercurio

(Dio de’ mercatanti) Fu anco creduto Mercurio il primo che mostrasse il modo di guadagnare, e perciò era dio de’ mercatanti. Anzi dicono che fosse detto Mercurio dalla cura che egli ha delle merci, onde Suida scrive che per questo mettevano una borsa in mano al suo simulacro. Fulgenzio vuole che l’ali a’ piè di Mercurio significhino il veloce e quasi continuo movimento di quelli che trafficano, li quali solleciti ne’ loro affari vanno quasi sempre or qua or là. Onde scrive Cesare che i Francesi adoravano Mercurio più di tutti gli altri dei e ne avevano molti simulacri perché, oltre che lo dicessero essere stato ritrovatore di tutte le arti, credevano che particolarmente ei potesse assai giovare altrui ne’ guadagni e nelle mercanzie.

(Gallo a canto a Mercurio) Nelle quali quanto abbino da essere vigilanti gli uomini mostra il gallo posto a canto a questo dio, come dissi già, benché vogliano alcuni che significhi più tosto la vigilanza che deono usare gli uomini saggi e dotti, perché a questi è brutto fuor di modo dormendo consumar tutta la notte, conciosiaché, mettendo Mercurio per la ragione e per quella luce che si scorge alla cognizione delle cose, ei non vuole che stiamo lungamente sepolti nel sonno ma, poscia che sono rinfrancati gli spirti, che ritorniamo alle usate opere, perché non ponno gli uomini stare in continua azione né del corpo né della mente, onde è loro necessario quel breve riposo che apporta il sonno, come mostrano i filosofi.

(Mercurio pel Sole) Macrobio, il qual vuole che per tutti gli altri dei siano intese le molte virtù del Sole, a queste tira parimente la imagine di Mercurio dicendo che l’ali mostrano la velocità del Sole, e che il finger le favole che uccidesse Argo guardiano della figlia di Inaco mutata in vacca, onde posero alle volte ancora una scimitarra in mano alla sua statoa, fu perché Argo con tanti occhi è il cielo pieno di stelle che guarda la terra, la quale facevano quelli di Egitto nelle loro sacre lettere in forma di vacca, ma lo uccide Mercurio, cioè il Sole, come quello che fa sparire le stelle quando il dì comincia a mostrarsi[3].

 

 

[1] Vincenzo Cartari, Le Imagini de i Dei de gli Antichi, in Diana (1571).

Neri Pozza Editore, Vicenza, 1996, pagg. 102-105.

[2] Vincenzo Cartari, Le Imagini de i Dei de gli Antichi, in Giunone, cit., pagg. 157 e 158.

[3] Vincenzo Cartari, Le Imagini de i Dei de gli Antichi, in Mercurio, cit., pagg. 292, 293 e 300.