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LODOVICO DOLCE, Le Trasformazioni, in Venetia, appresso Gabriel Giolito de Ferrari e fratelli, Libro II

 

(…) Giunone al fin la sua rivale ottenne.

Ma non però fu di sospetto fuore

Ne da Giove secura ella si tenne

O n’hebbe queto e ripostato il core,

Infin, che ne la mente non le venne

Un fedel guardiano, Argo pastore;

Che cinto il capo da cent’occhi havea,

Ne di lor più, che due, chiuder solea.

 

Come le guardie intorno a meri fanno di

Cittade o castel l’usata ascolta;

Che l’ufficio tra lor partendo vanno,

Et a questo et a quel danno la volta:

Così agli occhi a vicenda aperti stanno

D’argo ; a serrare due tocca per volta.

Ad Argo adunque, che cotanto vede,

Giuno a serbar l’afflitta vacca diede

 

Quella infelice a l’occhiuto pastore

Bench’ei riguardi altrove, e sempre inanti:

Ne spera, che gaimai per girar d’hore

Possa celarsi un giorno ad occhi tanti.

Lasciala il di per le campagne fuore

Quel pascolar, pur che gli stia davanti:

La notte poi con dura fune offende

L’indegno collo, e al chiuso ovil la rende.

 

D’herbe e foglie si pasce,et aspro letto

Le da la terra polverosa e dura;

e quando sete le molesta il petto,

Ber le conviene acqua fangosa e scura,

Quante fiate con dolente aspetto

Per impetrar mercé di sua sventura;

Volea levar Argo ambe le mani.

S’ovide poi, che non ha membri umani

 

(…)

 

Così dicea quel misero; e piangea;

Quand’Argo, che non sa quel ch’è pietade;

La giovenca dal padre rimoveva

E cerca al pascolar altre contrade

Ascendeun monte onde veder potea

E le segnate e le destre strade.

Ma tanta crudeltà, ch’el ciel percote,

Ver lei  più soffrir Giove non pote.

 

Mercurio chiama; e al giovinetto impone

Che l’ingiusto pastor spenga et occida

Egli l’alate scarpe in piè si pone

E prende in man la verghetta fida:

Con cui de’ sommi, come vuol, dispone;

Et hor gl’induce al mondo, hora gli snida.

Ponsi il cappello: e in men, che non balena,

E’ ne la terra, e’ l lieve corpo affiena.

 

Qui nascondendo ogn’ altra cosa solo

Ritien la verga: e a guisa il pastore

Caccia di pecorelle un bianco stuolo,

Che va spogliando a prati il ricco honore.

E, come sfoghi d’ amoroso duolo

E’ dolce acqueti e racconsoli il core,

Sonando una zampogna le profonde

Valli ne ingombra:intanto Eco risponde.

 

Argo del suon non più sentito mai

Stupito resta, e vago ogni altra misura.

E dice, pastorel meco potrai

Qui riposar su questa pietra dura:

Che se pel gregge tuo cercando vai

Herba; più bel terren non fe Natura.

Ne difender ci pon dà solar raggi

Più dritti Pini, o più forzuti Faggi.

 

Il sagace corrier lo ‘nvito tenne;

E con parole d’artificio armate

Del giorno a consumar gran parte venne

Fra motti arguti, e novellette grate..

E poi, ch’i motti e ‘l novellar ritenne

Tornò da capo a le sue canne usate,

Empiendo il ciel di si nuovi concerti,

Ch’intorno ad ascoltar fernarsii venti.

 

Fra tanto il sonno a poco a poco tenta

Di vincer Argo: et ei pur non vorrai

Chiuder le ciglia: e parte s’addormenta

Già stanco; e parte vegghia tuttavia.

Indi bramoso di saper diventa

Onde quel nuovo suon trovato fia

Mercurio, che desideria adempire

L’intento suo, così comincia a dire (…)

 

(…) Questo Mercurio raccontato havria

Ma s’avvide, ch’intanto Argo dormia.

 

Onde senza tardar chiuse la bocca:

e perché l sonno suo fosse più forte,

Con l’incanatat verga gli ochhi tocca

De l’ncauto, ch’è homai vicino a morte.

E mentre, il capo hor quà hor là trabocca,

Trasse la spada il giovinetto forte;

Indi gira le mani spedita e presta

Là, dove il collo termina a la testa.

 

La testa se n’andò tosto lontana

Dal morto busto a insanguinar la terra

Così fu del pastor la cura vana;

E quei cent’occhi una sol notte serra.

Giunon per ciò non divenne humana;

Anzi apparecchia ad Io più cruda guerra

MA pria che l’ira e lo sdegno scocchi,

Trasse di testa al suo custode gli occhi.

 

E con questi dè suoi vezzosi Augelli ,

Quasi stellanti gemme. Ornò la coda:

Onde i Pavoni son pomposi e belli,

E par che ogn’un di tal bellezza goda.

Poi, che divise in cotal forma quelli,

Perché nuovo martir mai sempre roda

L’odiata vacca; uno stimolo le diede

Ch’ovunque vada, la percuote e “fiede”.