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1499

FRANCESCO COLONNA, Hypnerotomachia Poliphili, 364, 441, 460

Testo tratto da: Francesco Colonna, Hipnerotomachia Poliphili, Riproduzione dell’Edizione Aldina del 1499, a cura di Ariani M., Gabriele M., Adelphi, Milano 1998

 

364. Intanto quelle nobili ninfe, che plaudivano e cantavano con soave armonia sotto i pergolati, giubilavano per la vittoria e la preda che trionfando avrebbe conquistato l’alato e sconsiderato Cupido, il quale più acuto di Linceo e di Argo tutt’occhi, stava pronto e gagliardo con le armi.

441. E ora come farò Io, misero, abbandonato dal mio diletto appena ritrovato, dal mio unico bene, farmaco portentoso, in una così grande, lacrimevole angoscia, nel più aspro tormento, quando l’amore più ferocemente si riaccende, quando sono, come te, sopraffatto da ogni dolore? E per questo mi sento spasimare, perché nel contemplarla avevo sentito alleviare miracolosamente le mie pene. Invece non capisco perché tu, o sfortunata Io, ti sia afflitta vedendoti già mutata di forme nelle limpide acque del tuo padre Inaco, trasformate le tue bionde trecce in dure e minacciose corna, la voce umana in un echeggiante muggito, i verdi prati divenuti il tuo incredibile alimento.

460. Mi trovavo dunque rapita e innalzata ad ammirare stupefatta le opere celesti. Asciugato quel fiume di lacrime sgorganti, ascoltate benevolmente le mie miserabili lagnanza, la divina Madre e signora, con ineffabile maestà e santità, con voce inaudita e solenne, ma carezzevole -…- mai udite dai mortali proferì, in un afflato celeste, parole divine con una tale incantevole armonia che nemmeno le divine labbra di Mercurio dagli alati calzari, stringendosi alla cava siringa, soffiarono così sull’occhiuto Argo.