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2/8 d.C.

OVIDIO, Le Metamorfosi, Libro I, vv. 568-750

Traduzione da: Ovidio, Le Metamorfosi, a cura di Ferruccio Bernini, Bologna, Nicola Zanichelli Editore, 1958, pp. 35-45, vol. I

 

E’ nell’Emonia una valle rinchiusa da monti selvosi: Tempe la chiamano. Il fiume Peneo, che balza del Pindo alle radici, la scorre con onde schiumose schizzando nuvole lievi di fumo nel precipitoso pendìo: spruzza le cime dei boschi e rintrona anche i luoghi lontani. Ha qui la casa e la sede: qui sono del fiume irruente i penetrali. Sedendo qui, dentro una speco di rocce, regola l’onde e comanda alle ninfe che stanno nell’acqua. Ivi convengono prima i tessalici fiumi e non sanno se rallegrarsi o dolersi col padre di Dafne. Lo Sperchio c’era frequente di pioppi con l’irrequieto Enipèo; c’era L’Apidano vecchio col placido Anfriso e l’Eante; poi tutti gli altri che, dove li spinge la forte corrente, portano l’onde nel mare spossate dai corsi ricurvi. Inaco solo non venne e, nascosto nel fondo dell’antro, l’acqua cresceva col pianto dolendosi miseramente d’Io, la figlia, sì come perduta. Non sa s’ella viva o se dimori coi Mani. Ma non ritrovandola crede che più non viva, e nel cuore paventa sciagura maggiore. Giove la vide tornare dal fiume paterno e le disse: “Vergine, degna di me, che farai non so che di tue nozze lieto, va all’ombra di quegli alti boschi – e indicavale l’ombra – mentre che altissimo il sole risplende nel mezzo del cielo. Che se mai temi d’entrare da sola nei covi ferini, va pur secura nel fondo del bosco, che un nume t’assiste. Né sono nume plebeo, ma reggo lo scettro del cielo, con la gran mano ed i fulmini vibro che strisciano errando. No, non fuggire; “ma quella fuggiva ed aveva passato ormai i paschi di Lerna ed i campi lircèi popolati d’alberi, quando il Tonante, ravvolta la terra di vasta nebbia, nasconde la ninfa, la ferma e le toglie il pudore.

Guarda Giunone fra tanto nel mezzo dei campi e stupita che sotto limpido cielo le nubi volanti dintorno facciano velo notturno, s’accorge che non son vapori nati dai fiumi o che salgano in alto dall’umida terra; e, conoscendo di Giove gli amori furtivi sorpresi, guarda dattorno dov’è, ma non lo rinvenendo nel cielo, disse: “O m’inganno, o io sono tradita”; e volando dall’alto sopra la terra si ferma e costringe la nebbia a vanire. Giove, che aveva previsto di lei l’improvvisa discesa, in una bianca giovenca converse l’inachide ninfa. Anche giovenca è leggiadra: Giunone ne loda la grazia pur mal suo grado, e domanda, fingendosi ignara del vero, e di chi sia e da dove provenga e l’armento onde venne. Giove, a sviare l’inchiesta, le mente ch’è nata dal suolo. Ella gli chiede la vacca. Che fare? Se gliela regala, opera spietatamente; se nega, cagiona sospetto. “Dagliela” dice il pudore; “non dargliela”, amore soggiunge. Vinto sarebbe il pudor dall’amore, ma s’una giovenca, dono ben lieve, negasse a chi gli era sorella e consorte, certo poteva parere non fosse giovenca. Giunone ebbe così la rivale, ma tenne nel cuore il sospetto e, diffidando di Giove, temette non gliela rubasse finché non fosse guardata dal figlio d’Arestore, Argo, che nella testa ha cent’occhi, dei quali due dormono a turno, mentre non dormono gli altri che vigili fanno la scolta. Io guardava, comunque si stesse, e l’avea sott’occhi anche volgendo le spalle. Di giorno permette che pasca; ma come il sole nascondesi sotto la terra profonda, tosto la chiude, poi legale il collo non degno di fune! D’erbe si pascola amare e di fronde per letto ha la terra non sempre erbosa, e la misera beve nei torbidi fiumi! Anche volesse protendere supplice ad Argo le braccia, non ha le braccia che possa levare e, sforzando la bocca per lamentarsi, muggisce sgomenta dal suono che manda, dalla sua voce atterrita. Va pure alle rive paterne, ove soleva scherzare, ma, come si specchia nell’onda, vede l’insolite corna, le teme, spaira e rifugge. Chi sia, ignoran le Naiadi e il padre non la riconosce; pur ella seguita il padre e va dietro alle ninfe sorelle e la si lascia palpare soggetto del loro stupore. Inaco vecchio le porge l’erbette divelte dal fiume; ella gli lecca le mani palpando le braccia paterne, lagrima e, se le parole potesser seguir la lingua, gli chiederebbe soccorso e direbbe il suo nome e i suoi casi. Non con parole, con segni che scrisse col piè su la polve, diedegli triste la prova del corpo che s’era mutato. Inaco esclama: “Me lasso!” e abbracciando la corna e la testa candida della giovenca che piange, “Me lasso!” ripete. “Figlia, per tutte le terre cercai: non t’avessi trovata! Era più lieve il dolore! Tu taci né punto rispondi alla mia voce con voce scambievole e solo sospiri profondamente da petto, e, codesto soltanto tu puoi, e alle paterne parole rispondi con alti muggiti! E io che nulla sapevo, ti stavo apprestando le nozze! Prima speravo che mi dessi tu il genero, poi i nipoti! Ora tu avrai il marito, la prole or avrai all’armento! Né con la morte finire potrò così grande sciagura: nuoce a me l’essere nume: la porta preclusa del fato questo dolore di padre perenna nei secoli eterni! ”Mentre così si doleva, il custode stellato gli spinge lungi la figlia strappandola e a pascere altrove la mena. Quindi va sopra la cime sublime d’un monte da dove stando seduto rivolge lo sguardo da tutte le parti.

Della Coronide Giove non può più soffrire lo strazio e a sé chiamando il figliuolo che gli partorì la lucente Maia, gl’impone d’uccidere il nume che la custodisce. Pronto Mercurio si mette i talari, la verga che addorme tien con la mano potente ed il petaso pone sul capo. Così disposte le cose, volò dalla rocca paterna sopra la terra, si tolse il cappello e depose i talari; solo ritenne la verga con cui per i campi remoti, come pastore, sospinge le capre che ruba per via, su la zampogna cantando. Fu preso dal nuovo concento Argo gli disse: “Chiunque tu sia, potresti su questo sasso sedere con me. Non v’è luogo più ricco di questo d’erba nel gregge, e tu vedi che adattasi l’ombra ai pastori”. Siede il nipote d’Atlante e parlando con lunghi discorsi occupa il giorno che scorre cantando col suon dell’avena tenta di vincere gli occhi del nume che vigila; il nume lotta per vincere il sonno soave; e, quantunque degli occhi parte sopita dormigli, pur vigila l’altra che desta. Argo domanda – poiché la siringa è trovata da poco – come sia stata scoperta. E Mercurio rispondigli allora:“Sopra le fredde montagne d’Arcadia una Naiade visse tra le nonacrie amadriadi nota, di nome Siringa, ch’era fuggita più volte dei satiri all’inseguimento ed agli dei dell’ombrose foreste e dei campi feraci. Ella con zelo e con la castità venerava la dea nata in Ortigia. Con l’abito come Diana, anche avrebbe tratto in inganno la gente così da parer la Latonia, s’aureo non era il per l’una il grand’arco, di cornio per l’altra. Pure così si scambiava. La vide dal monte Liceo, che ritornava, il dio Pan ricinto la testa d’acuto pino e le disse così… ”Gli restava da dir che la ninfa era fuggita per vie deserte, sprezzando le preci; e ch’era giunta al Ladone sabbioso dall’onde tranquille; che qui impedita dal corso dell’acqua ella aveva pregato le sue sorelle fluenti di darle una forma e che Pan, ormai credendo ghermire Siringa, stringeva le canne della palude pel corpo di lei e che, qui sospirando, l’aria soffiò nelle canne cavandone flebile suono; che Pan sorpreso dall’arte novella e dal canto soave disse: -Sarò tuo compagno per sempre!- che sì tra di loro giunte le dispari canne con cera, di lei serbò ‘l nome.

Stava Mercurio per dir queste cose, ma vide che tutti d’Argo dormivano gli occhi coperti dal velo del sonno. Subito tace, ne aggrava il sopor con la magica verga accarezzandogli i lumi che languono profondamente. Poi con la spada falcata, mentre Argo vacilla, la testa staccagli dove s’unisce alla nuca, e la gitta cruenta giù dalla rupe scoscesa, che tinse di gocce sanguigne. Argo, tu giaci disteso; e la luce, che dentro tant’occhi ti scintillava una volta, s’è spenta del tutto! La notte, unica notte perenne ricopre i tuoi occhio infiniti! Ma li raccoglie Giunone e li colloca sovra le penne del suo pavone, a cui empie la coda di gemme stellanti. Quindi s’adira né tarda a sfogare lo sdegno inducendo della rivale nel guardo e nell’alma l’orribile Furia: cieco furore le mette nel petto e per tutta la terra la fuggitiva spaventa. Tu, Nilo restavi soltanto ultimo asilo all’immenso travaglio. Qui, com’ella giunse, sopra le rive del fiume curvando i ginocchi si sdraia, alta, col collo all’indietro, levando la faccia, che sola può sollevare; e piangendo e gemendo con mugghi luttuosi parve dolersi di Giove, chiedendo la fine dei mali. Giove abbracciò la consorte, perché desse fine alle pene e “Non temere” le disse “che non ti darà più dolori”. Giurò per l’onda di Stige. Giunone placata consente; Io riprende l’aspetto di prima tornando qual era. Càdonle i peli dal capo, le corna si scemano, gli occhi impiccoliscono, il muso s’accorcia, le spalle e le mani tornano, e l’unghie si perdon sciogliendosi in cinque ciascuna: della giovenca non resta più nulla se non il candore. Lieta a’ due piedi la ninfa si rizza, ma teme parlando di non muggire e ritenta smarrita la lingua dimessa.

Ora una turba vestita di lino la venera dea. Ella si dice che poi partorisse del seme di Giove Epafo per le città venerato nei templi materni.