63: Apollo e Dafne

Titolo dell'opera: Apollo e Dafne

Autore: Francesco Albani

Datazione: 1660 circa

Collocazione: Parigi, Louvre

Committenza:

Tipologia: dipinto

Tecnica: olio su tela

Soggetto principale: Dafne e Apollo           

Soggetto secondario:

Personaggi: Apollo, Dafne, Cupido

Attributi: arco, aureola (Apollo); lancia (Dafne); arco (Cupido)

Contesto: paesaggio campestre con fiume

Precedenti:

Derivazioni:

Immagini:  http://www.culture.gouv.fr/documentation/joconde/fr/decouvrir/expositions/ovide/ovide_index.htm#daphne

Bibliografia: Stechow W., Apollo und Daphne, Studien der Bibliothek Warburg, Leipzig 1932, Giraud Y., La fable de Daphné. Essai sur un type de métamorphose végétale dans la littérature et dans les arts jusqu'à la fin du XVII° siècle, Droz, Ginevra 1969, p. 521; Catalogue sommaire illustré des peintures du Musée du Louvre (et du Musée d’Orsay), II, Italie, Espagne, Allemagne, Grand Bretagne et divers, Le Réunion des Musées Nationaux, Parigi 1986, p. 141; Davidson Reid J.-Rohmann C., The Oxford Guide to Classical Mythology in the Arts, 1300-1990, New York-Oxford 1993, I, p. 329

Annotazioni redazionali: L’artista in questa composizione, che in maniera originale si sviluppa in orizzontale, ha voluto fissare un momento preciso della narrazione ovidiana, evitando decisamente la fusione fra l’immagine della fuga di Dafne e quella della sua metamorfosi. La presenza di Cupido, nell’angolo in alto a destra, raffigurato fra le nuvole, con l’arco in una mano, e non in atto di scagliare una freccia, mentre con l’altra attira l’attenzione dello spettatore sulla scena che avviene sotto di lui, indica, coerentemente con lo sviluppo del racconto di Ovidio, che il dio dell’Amore ha qui appena colpito Apollo, per vendicarsi della bassa considerazione in cui è stato tenuto come arciere, e per dimostrare al contrario al dio la potenza del suo arco e delle sue frecce. Mentre nelle tradizionali illustrazioni del mito, in cui compariva anche Cupido, il dio era solitamente raffigurato nell’atto di scagliare la freccia dell’amore contro Apollo, mentre il dio, sotto di lui, aveva già quasi raggiunto Dafne, colta invece nell’atto di trasformarsi in alloro, Albani rifiuta qui l’idea di comporre vari momenti del racconto, e sceglie di concentrare l’attenzione sull’inizio della fuga di Dafne, e quindi sul suo inseguimento da parte di Apollo, evitando qualsiasi riferimento diretto a ciò che è accaduto prima, o a ciò che accadrà poi. Perciò egli non ha raffigurato sullo sfondo l’uccisione del serpente Pitone; non si vede, come detto, Cupido nell’atto di colpire Apollo con la freccia d’oro dell’amore; così come, del resto, non vi è alcun riferimento alla metamorfosi di Dafne, o meglio l’artista non ci mostra qui un ibrido, ossia un essere in parte ancora donna ed in parte ormai vegetale, come avveniva di solito. In primo piano, davanti allo sguardo dell’osservatore, si sviluppa la fuga di Dafne, e l’inseguimento di Apollo, come ben illustravano i versi volgari dell’Anguillara, la cui traduzione delle Metamorfosi doveva essere ancora allora una delle più diffuse: “Vede l’accorta ninfa il bello dio,/che cosi intento, e fiso la riguarda/ e perche ha ’l cor contrario al suo desio/ prende una fuga subita; e gagliarda:/ ma non sì tosto al corso i piedi aprio,/ che la mossa di lui non fu men tarda//”. La ninfa è qui caratterizzata come cacciatrice, tiene, infatti, una lancia nella sinistra, mentre poche opere precedentemente avevano rilevato questo particolare, l’artista si mostra invece di nuovo fedele al testo ovidiano, o più probabilmente alla traduzione dell’Anguillara “Dafne figlia à Peneo fu l’alma, e bella/ ninfa, che allhor solinga se ne giva,/ e cercando imitar Diana, anch’ella/ tu de l’huom sempre mai nemica, e schiva./ […] gli amori ella, e i connubij dispregiando,/ sen giva à caccia per le selve errando./ Contenta hor questa, hor quella fora piglia/ ne i boschi piu selvaggi, e piu remoti//”. Apollo, quindi, colpito dalla freccia dell’amore, vedendo la ninfa cacciatrice, subito se n’è innamorato, e nonostante questa abbia iniziato a fuggire, anche a causa della freccia lanciatagli da Cupido, quella fa rifuggire l’amore, gli è corso dietro: caratterizzato dall’arco che tiene nella sinistra, come Dafne porta la lancia nella stessa mano, e dall’aureola dorata, che ne indica la divinità, Apollo ha, infatti, la gamba sinistra sollevata all’indietro, contrapposta alla destra di Dafne in fuga, ed il suo mantello è gonfiato dal vento. Egli sembra qui inoltre cercare di convincere la ninfa a fermarsi, questa, tuttavia, prosegue la sua corsa, sottolineata dall’abito svolazzante, e sembra voltarsi solamente per accertare a che distanza sia il dio. Sullo sfondo si vede un fiume, ed, infatti, successivamente quando arriverà presso le sue rive, Dafne pregherà il dio-fiume Peneo, suo padre, di trasformarla, di farle perdere quell’aspetto a causa del quale il dio ha iniziato ad inseguirla. Ma a questi successivi sviluppi del racconto, Albani non sembra qui voler alludere, ed il solo riferimento alla fine di Dafne, potrebbe leggersi forse nell’albero sulla sinistra verso cui corre la ninfa.

Elisa Saviani