I sec. a.C.
LUCREZIO, De rerum natura, III, 1007-1010
I castighi infernali sono soltanto leggende o simboli
Tutti i castighi che la tradizione colloca nelle profondità dell'Acheronte, tutti, qualunque siano, li troviamo nella nostra vita. Non esiste -come vuole il mito- un infelice Tantalo che teme senza tregua l'enorme roccia sospesa sul capo, paralizzato da un terrore vano: è piuttosto il vuoto timore degli dei che tormenta la vita dei mortali; è la paura dei colpi di cui il destino minaccia ognuno di noi. Non esiste neppure un Tizio che giace nell'Acheronte, lacerato dagli uccelli: nè d'altronde questi potrebbero trovare nel vasto petto di che frugare per tutta l'eternità. Per quanto spaventosa fosse la grandezza del suo corpo disteso, quand'anche, invece di coprire solo nove iugeri con le sue membra dilaniate, occupasse la terra intera, non potrebbe tollerare sino alla fine un dolore eterno, nè fornire col proprio corpo una inesauribile pastura. Ma per noi Tizio è qui sulla terra: è l'uomo impelagato nell'amore, dilaniato dagli avvoltoi della gelosia, divorato da un'angoscia ansiosa, o col cuore spezzato dalle pene di altra passione. Anche Sisifo esiste in questa vita; l'abbiamo sotto gli occhi che si accanisce a brigare col popolo per ottenere i fasci e le scuri temibili, ma che si deve poi ritirare vinto e afflitto. Sollecitare il potere, che è solo illusione e non viene mai davvero concesso, e in questa ricerca sopportare incessantemente dure fatiche significa davvero spingere con sforzo sul pendio di un monte un masso che, appena sulla vetta, subito ricade rotolando in basso nella pianura. Così, pascere senza tregua i desideri della nostra anima ingrata, colmarla di beni senza poterla mai saziare -come le stagioni, quando al ritorno annuale ci portano i loro prodotti e i loro diversi piaceri, senza che la nostra fame di godimenti venga mai placata-: questo -io penso- simbolizza le Danaidi, giovani nel fiore dell'età, occupate -come dicono- a versare acqua in un vaso senza fondo e che nessuno sforzo potrebbe mai riempire. Cerbero, e le Furie, e la mancanza di luce, e il Tartaro, i cui gorghi vomitano spaventose fiamme che non esistono in nessun luogo né possono davvero sussistere. Qui nella vita per enormi delitti sta un enorme timore di castighi, e per il delitto l'espiazione: la prigione, lo spaventoso volo dall'alto della roccia, le verghe, i carnefici, la gogna, la pece, la lama arroventata, le torce; in mancanza di queste punizioni, l'anima, cosciente dei suoi crimini e presa dal terrore al loro pensiero, si applica da sola il pungolo, si infligge il bruciore della frusta, senza scorgere quale potrà essere il termine dei suoi mali, la fine delle sue pene, anzi temendo che gli uni e le altre si aggravino nella morte. È proprio quaggiù che la vita degli sciocchi diventa un vero inferno. |